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E se cedesse la diga di Castreccioni? Tre giorni di esercitazione

Il 19, 20 e 21 giugno 2026 le Marche hanno provato che cosa succederebbe se cedesse la diga di Castreccioni, quella che sbarra il Musone e forma il lago di Cingoli. Tre giorni di esercitazione regionale su quattordici comuni fra le province di Macerata e Ancona.

Noi c’eravamo, tutte e tre le giornate: prima al campo, poi alla foce del Musone con il Comune di Porto Recanati.

Lo scenario: prima il terremoto, poi l’acqua

L’ipotesi di partenza non era la diga che cede da sola. Era una sequenza sismica con epicentro fra Urbino e Camerino che danneggia progressivamente la struttura fino al collasso, con l’onda di piena che scende lungo il Musone fino al mare.

La diga di Castreccioni non è un dettaglio: è alta 67 metri e lunga 280, e trattiene il più grande invaso artificiale delle Marche. I comuni coinvolti nell’esercitazione erano quattordici — Apiro, Cingoli, Montefano, Recanati e Porto Recanati in provincia di Macerata; Staffolo, Filottrano, Jesi, Santa Maria Nuova, Osimo, Castelfidardo, Loreto, Numana e Sirolo in provincia di Ancona.

Quello che si prova non è la diga

È la parte che si capisce meno da fuori. Un’esercitazione così non serve a scoprire se la diga tiene: serve a mettere alla prova le persone e le procedure. Chi chiama chi. Quanto ci mette una decisione presa in prefettura ad arrivare a una squadra che sta su una strada. Se i numeri di telefono che stanno negli elenchi sono ancora quelli giusti.

Sono cose che sulla carta funzionano sempre. È solo mettendole in movimento che si scopre dove si inceppano — e il momento per scoprirlo è questo, non quello vero.

Nelle tre giornate si sono simulate evacuazioni (compresa una casa di riposo a Castelfidardo), la ricerca di dispersi con le unità cinofile a Loreto e a Jesi, incidenti stradali con feriti, il soccorso in mare nella zona costiera, la «zona rossa» delimitata a Filottrano e la messa in sicurezza delle infrastrutture strategiche.

Sabato alle 11:20, il telefono di tutti

Schermata di un telefono con la notifica IT-alert del 20 giugno 2026 alle 11:21 che annuncia la simulazione del collasso di una diga
Il messaggio arrivato sui telefoni alle 11:21.

Il momento in cui l’esercitazione è entrata nelle case è stato sabato 20 giugno: nei quattordici comuni è partito un test IT-alert, il sistema di allarme pubblico che fa suonare tutti i cellulari agganciati alle celle di una certa area.

Il messaggio diceva, in maiuscolo e in due lingue: «TEST TEST Messaggio di prova IT-alert. È in corso la SIMULAZIONE del collasso di una diga nella zona in cui ti trovi», con il rimando a it-alert.gov.it per leggere il messaggio che arriverebbe in caso di pericolo vero e per compilare il questionario.

Quel questionario non è una formalità: è il modo in cui il Dipartimento capisce quanti telefoni hanno davvero suonato, e dove invece il messaggio non è arrivato. Come funziona IT-alert, e perché non sostituisce l’allerta meteo, lo abbiamo spiegato qui.

Il nostro pezzo

Il nostro compito è stato doppio: la logistica prima che l’esercitazione cominciasse, e poi il supporto al Comune di Porto Recanati nello sgombero dei cittadini alla foce del Musone.

Perché un’esercitazione da quattordici comuni non comincia con le sirene: comincia con qualcuno che monta le tende. Il nostro lavoro è partito da lì, nel piazzale del Palabaldinelli di Osimo, dove è stato allestito il campo.

Volontari con caschi gialli attorno alle strutture metalliche delle tende ancora smontate, nel piazzale del Palabaldinelli
Si comincia da qui: i telai per terra e il sole a picco.
Un sollevatore telescopico posiziona due blocchi di cemento gialli mentre un volontario guida la manovra
I blocchi di cemento ai piedi dei montanti: una tenda che vola è un problema, non un riparo.
Due volontari con casco giallo al lavoro sulla struttura di una tenda, uno in alto con l'avvitatore
Un’esercitazione comincia sempre così: qualcuno che monta, sotto il sole.
Le tende bianche del campo di protezione civile montate nel piazzale davanti al Palabaldinelli di Osimo
Il campo finito, davanti al Palabaldinelli di Osimo, con i tavoli già pronti.
Un centinaio di volontari di diverse associazioni seduti alle panche sotto la tenda, durante il briefing
Il briefing: dei volontari… ogni pettorina è un’associazione diversa.

Poi tre giorni dentro il dispositivo, insieme alla Regione, alle prefetture di Ancona e Macerata, ai vigili del fuoco, alle forze di polizia e al sistema sanitario regionale.

La fotografia del briefing è quella che racconta meglio di tutte come funziona il volontariato di protezione civile: sotto quella tenda, seduti alle stesse panche, ci sono decine di associazioni diverse — ognuna con la sua pettorina, il suo nome e la sua storia — che per tre giorni lavorano come una cosa sola. Nessuno di noi, da solo, sposterebbe granché. È il mettersi insieme che fa la differenza.

Alla foce del Musone

Poi è arrivata la parte operativa: il supporto al Comune di Porto Recanati per il supporto alle operazioni di sgombero dei cittadini alla foce del Musone. Simulato, come tutto il resto di quei tre giorni.

Vale la pena capire dove ci trovavamo. La foce è l’ultimo pezzo del percorso dell’onda: quella che nello scenario parte dalla diga a Cingoli scende lungo tutto il Musone e finisce lì, dove il fiume entra in mare. È il punto più lontano dal problema, e anche quello che avrebbe più tempo per prepararsi — a patto che qualcuno lo avverta, e che qualcun altro sia lì a spiegare alla gente che cosa deve fare.

Il servizio di ÈTv Marche

Il racconto delle giornate in un servizio televisivo, «Maxi emergenza nelle province di Macerata e Ancona, ma è un’esercitazione».

Il video è pubblicato su Facebook da ÈTv Marche: se non vedi il riquadro qui sopra — succede se hai rifiutato i contenuti esterni — puoi guardarlo direttamente qui (si apre in una nuova scheda).

Perché ci interessa, da Villa Potenza

Villa Potenza non era fra i quattordici comuni, e non poteva esserlo: noi stiamo sul Potenza, non sul Musone. Quell’onda, nella simulazione, da qui passava a chilometri di distanza.

Ma il sistema che si stava allenando in quei tre giorni è lo stesso che arriverebbe qui il giorno in cui l’emergenza tocca a noi. Le colonne di volontari si muovono così: si va dove serve, e quando serve a casa propria arrivano gli altri. Allenarsi a Osimo per un’onda sul Musone significa allenarsi anche per il Potenza.

Se vuoi sapere che cosa è previsto per la nostra zona, c’è il Piano comunale di protezione civile di Macerata; se ti va di esserci la prossima volta, qui c’è come si entra nel gruppo e qui che cosa facciamo.

Tutte le attività di quei tre giorni avevano carattere esclusivamente esercitativo e simulato: non c’è mai stata nessuna situazione di rischio reale per la popolazione.