
Il nostro nome non ce lo siamo inventato. Era il nominativo di un uomo: quello con cui si presentava alla radio, e con cui lo conoscevano tutti.
Torquato Emiliozzi, per gli amici del canale 18 semplicemente Tigrotto. Nato cieco il 28 agosto 1926, morto il 31 maggio 1985.
Il centralinista dell’ospedale
A Villa Potenza lo ricordano quasi tutti per questo: era il centralinista dell’ospedale. Una voce che rispondeva, smistava, ricordava i numeri.
Ma nella sua vita Torquato ha fatto molte altre cose. Amava la musica. Dopo gli studi si è diplomato in pianoforte e canto, come sua sorella Ida, cieca anche lei. Aveva studiato a Roma, in istituto, ma era un ribelle, e dopo poco, complice anche la fame di quegli anni, ne era scappato per tornare a Macerata.
«Il bastone sono i miei occhi»

Lo diceva così. E non era una frase: era il modo in cui viveva.
Abitava di fronte alla chiesa, e all’ospedale ci andava in autostop. Da solo. Si metteva sulla strada, aspettava, saliva, scendeva e faceva l’ultimo pezzo a piedi.
L’unica cosa che non sopportava era la neve. Non per il freddo: perché cambiava il rumore delle cose sotto i piedi, e lui si orientava con quello. Con la neve il paese diventava un posto muto, e per la prima volta non sapeva più dov’era.
Pensava lui ad accompagnare la sorella, e in casa faceva di tutto. Si muoveva a memoria, faceva la spesa, spillava il vino dalla botte e cambiava pure le lampadine.
Le automobili
C’era un’altra cosa che amava: le automobili. Le riconosceva dal rombo, anche da lontano, e le conosceva nei minimi particolari — modelli, motori, meccanica.
Passando la mano sulla carrozzeria sentiva le imperfezioni: un pannello rifatto, una piega che non c’entrava niente, un’ammaccatura tirata male.
Per questo i suoi amici lo chiamavano prima di comprare un’auto, soprattutto se era usata. Si fidavano di lui: dal rumore del motore e dalla mano sulla lamiera capiva se quella macchina aveva preso una botta, o se sotto il cofano c’era qualcosa che non andava.
Chi lo chiamava non gli stava facendo un favore. Gli stava chiedendo un parere migliore del proprio.
I corsi per centralinisti ciechi
Dall’esperienza del centralino gli è venuta un’idea: se il mestiere lo aveva imparato lui, potevano impararlo anche altri. Così ha cominciato a organizzare corsi per centralinisti ciechi, in giro per l’Italia. Per questo ha ricevuto molti riconoscimenti.
Ma la parte che dice di più su di lui viene dopo il corso: molti dei suoi allievi trovavano lavoro, e a quelli che non ci riuscivano pensava lui — cercava i contatti giusti, telefonava, sistemava.
Non insegnava un mestiere. Consegnava la stessa cosa che si era preso lui: la possibilità di cavarsela da solo.



Canale 18
Poi c’era la radio, che era la sua grande passione. Ci stava attaccato per ore. Sua moglie ne era quasi gelosa: «ma come farà a stare sempre attaccato a quell’apparecchio», diceva.
Lo conoscevano tutti, e con lui si parlava di tutto. Per uno che non poteva vedere chi aveva davanti, la radio era il posto in cui la faccia non contava niente: contavano la voce e quello che avevi da dire.
Il suo nominativo era Tigrotto.
Petrus, il muratore di Dio
Fra i suoi contatti abituali ce n’era uno diverso dagli altri: Petrus, che era il nominativo di padre Pietro Lavini, il frate dell’Infernaccio.
Per chi non lo sapesse: l’Infernaccio è la gola che si apre fra le montagne dei Sibillini, sul fiume Tenna. Lassù, sopra le sorgenti, c’era un antico monastero benedettino ridotto a stalla per le pecore. Padre Pietro ebbe l’idea di ricostruirlo, e il 24 maggio 1971 salì a viverci da eremita. Ci ha lavorato da solo per più di quarant’anni, pietra su pietra. Giovanni Paolo II lo chiamò «il muratore di Dio».
Anche lui era un appassionato di radio. Con Petrus, Torquato faceva discorsi un po’ più seri di quelli che si facevano sul canale 18: si parlava della vita e della Fede.
Da quell’amicizia sono nate le gite con la famiglia: Torquato e la sua famiglia su per l’Infernaccio, portati fino in cima dal trattorino di padre Pietro insieme a qualche mattone e sacche di cemento.
31 maggio 1985
Quando è morto, Villa Potenza si è stretta intorno alla sua famiglia e a Ida, la sorella più grande — più devota di lui, dicono — che se n’è andata nel 2002.
L’associazione, allora, non esisteva. C’era solo un gruppo di amici che si trovava la sera e che con Tigrotto ci parlava tutti i giorni.
La targa del 1989
Qualche anno dopo, il gruppo fece una targa alla famiglia in ricordo di Torquato.

C’è scritto: «in memoria di Torquato Emiliozzi — gli amici radioamatori Gruppo C.B Villapotenza — 10-6-1989».
Ancora non eravamo niente di ufficiale. Eravamo dei ragazzi con le radio in macchina, che volevano ricordare un amico.
1995: il nome
Nel 1995, quando il gruppo ha registrato l’atto costitutivo ed è entrato nell’Albo delle Associazioni del Comune di Macerata, è arrivato il momento di scegliere come chiamarsi.
I fondatori, d’accordo con la famiglia Emiliozzi, hanno deciso di intitolare l’associazione a lui. A un uomo che, senza vedere, aveva lasciato un segno in ognuno di quelli che aveva incontrato.
Torquato Emiliozzi, detto Tigrotto, di Villa Potenza.
È così che è nato il Gruppo CB Tigrotto.
Grazie a Cristina

Questa storia non la sapevamo tutta. Ce l’ha raccontata Cristina, la figlia di Torquato, che ci ha aperto casa e ha tirato fuori le fotografie, i ricordi e la targa che i nostri fondatori portarono a suo padre nel 1989.
Grazie: senza di lei, del nostro nome sapremmo solo che è un nome.
Da quarant’anni, ogni volta che scriviamo «Tigrotto» su una pettorina, su un mezzo o su una carta bollata, stiamo scrivendo il nominativo di un signore di Villa Potenza che, nonostante la sua disabilità, era riuscito a fare della sua vita ciò che amava di più. Rispetto, famiglia e la tanto amata autonomia.
Amava la vita, le radio, andare a lavorare in autostop. Uno spirito libero che amava perfino cambiarsi le lampadine di casa da solo. Il resto della nostra storia comincia da lì.
