Oggi, quando succede qualcosa di grave, diamo per scontato che arrivi un sistema: qualcuno che coordina, mezzi che partono, volontari che si attivano, un piano comunale che dice chi fa cosa.
Non è sempre stato così. Per più di un secolo, dopo un disastro, in Italia arrivavano l’esercito e la carità. Il sistema che conosciamo oggi è nato tardi, ed è nato ogni volta dopo una catastrofe, mai prima.
Quando i soccorsi erano beneficenza
Dopo l’Unità d’Italia il soccorso alle popolazioni colpite è affidato soprattutto ai militari, e considerato un’opera di beneficenza: non un dovere dello Stato, ma un gesto caritatevole.
Con questa impostazione l’Italia attraversa le sue due catastrofi più gravi. Il 28 dicembre 1908 il terremoto e il maremoto di Messina e Reggio Calabria, magnitudo 7.2. Il 13 gennaio 1915 il terremoto della Marsica, magnitudo 7, nella piana del Fucino.
Il primo assetto normativo del soccorso arriva soltanto il 2 settembre 1919, con un regio decreto-legge che affida la direzione dei soccorsi al Ministero dei Lavori Pubblici. Cinquantotto anni dopo l’Unità — e solo per i terremoti.
Le catastrofi che hanno insegnato
Il resto del Novecento è una fila di lezioni pagate care.
14 novembre 1951, il Polesine: il Po rompe gli argini e allaga il rodigino.
9 ottobre 1963, il Vajont: duecentosettanta milioni di metri cubi di montagna franano nel bacino artificiale.
4 novembre 1966, Firenze: l’Arno esonda. Ed è qui che succede una cosa nuova: arrivano da tutta Italia migliaia di ragazzi che nessuno ha chiamato, gli «angeli del fango». È la prima volta che il Paese vede il volontariato organizzarsi da solo, prima e meglio dello Stato.
14-15 gennaio 1968, il Belice: magnitudo 6.4. La gestione dei soccorsi si rivela fallimentare proprio per la mancanza di coordinamento. È il disastro che rende impossibile continuare a far finta di niente.
1970: arriva la parola
L’8 dicembre 1970, con la legge n. 996, per la prima volta una legge italiana scrive le parole «protezione civile». Il ruolo centrale è del Ministero dell’Interno, e l’attenzione è tutta sull’emergenza: che cosa fare dopo, quando il danno è già successo.
C’è però un dettaglio che racconta l’Italia di allora meglio di qualsiasi commento. Una legge, per funzionare, ha bisogno del regolamento che dice come applicarla. Quello della legge del 1970 è arrivato con il DPR 6 febbraio 1981: undici anni dopo.
Per undici anni la protezione civile italiana è esistita quasi soltanto sulla carta.
1976, il Friuli: qualcosa che funziona

Il 6 maggio 1976 il terremoto del Friuli, magnitudo 6.5, distrugge decine di paesi. Il Governo nomina Commissario straordinario un parlamentare di quarantatré anni: Giuseppe Zamberletti.
In Friuli succede qualcosa che in Italia non si era mai visto: il coordinamento si fa sul posto, i sindaci vengono messi al centro delle decisioni, i volontari smettono di essere una massa generosa e disordinata e diventano squadre con compiti precisi. La ricostruzione friulana finirà sui manuali.
Non era ancora un sistema: era un uomo che, ogni volta, doveva inventarselo.
1980, l’Irpinia: «Dov’era lo Stato?»

Il 23 novembre 1980 il terremoto dell’Irpinia, magnitudo 6.9, colpisce Campania e Basilicata. I soccorsi organizzati arrivano nei paesi più isolati dopo giorni, quando sotto le macerie c’è ancora gente viva. Gli sfollati sono trecentomila.
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini va sui luoghi, poi parla in televisione e denuncia il ritardo dei soccorsi. È il momento in cui la domanda — dov’era lo Stato? — smette di essere una polemica e diventa un problema politico da risolvere.
Zamberletti arriva a Eboli il 25 novembre e trova strade interrotte, comunicazioni saltate, nessuno che sappia chi comanda. Nei mesi successivi rimette in piedi a mano quello che lo Stato non aveva mai messo a sistema.
1981, Vermicino: il Paese davanti alla televisione
Il 10 giugno 1981, a Vermicino vicino a Frascati, Alfredo Rampi, sei anni, cade in un pozzo artesiano. I soccorsi durano tre giorni e la televisione li trasmette in diretta: davanti a quelle immagini resta mezza Italia, e con lei il Presidente Pertini.
Alfredino non ce la fa. Ma quella vicenda cambia qualcosa nella testa di tutti: un’emergenza non è solo un terremoto. Può essere un bambino in un buco, e per affrontarla servono mezzi giusti, competenze giuste e qualcuno che comandi.
1982: la struttura

Il 29 aprile 1982 nasce il Dipartimento della Protezione Civile presso la Presidenza del Consiglio: per la prima volta una struttura permanente, non un commissario nominato dopo il disastro.
Nello stesso anno una legge, la 938, formalizza la figura del Ministro per il coordinamento della protezione civile. Il primo è Giuseppe Zamberletti, che di quel mestiere aveva scritto le regole sul campo, in Friuli e in Irpinia.
È il motivo per cui lo chiamano «il padre della protezione civile italiana».
1992: il sistema
Il 24 febbraio 1992, con la legge n. 225, nasce il Servizio Nazionale della Protezione Civile. È la data che conta più di tutte, e vale la pena capire perché.
La legge non crea un corpo nuovo con una divisa nuova. Crea un sistema: mette insieme lo Stato, le Regioni, i Comuni, i vigili del fuoco, le forze armate e di polizia, la sanità, la comunità scientifica e il volontariato organizzato, e stabilisce che tutti questi, insieme, sono la protezione civile.
Il compito è scritto nella legge: tutelare l’integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni derivanti dalle calamità.
Da quel giorno la protezione civile non è più qualcuno che arriva da fuori: è anche il paese in cui vivi, con i suoi volontari e il suo piano comunale.
Da lì a oggi
Il resto è manutenzione di quell’idea, ogni volta dopo una prova.
- 1998 — il decreto legislativo 112 rende la protezione civile una materia condivisa fra Stato, Regioni ed enti locali. Nello stesso anno la frana di Sarno spinge a rafforzare il monitoraggio del rischio idrogeologico.
- 2012 — la legge 100 riforma il Servizio Nazionale, vent’anni dopo la sua nascita.
- 2018 — il Codice della protezione civile (decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio) raccoglie trentasei anni di norme sparse in un testo solo e conferma il modello: non un centro che comanda, ma tanti pezzi che si coordinano.
Ed è sempre lì che sono scritte le quattro cose che la protezione civile fa: previsione, prevenzione, gestione dell’emergenza e superamento dell’emergenza. Tre su quattro si fanno quando non è successo niente — ed è la parte che si vede di meno.
Perché questa storia riguarda anche noi
Perché quella riga della legge del 1992 — il volontariato organizzato — è la ragione per cui esiste un gruppo come il nostro con una pettorina addosso e non solo con la buona volontà.
Non siamo un’appendice del sistema: ne siamo una componente, con obblighi, formazione e responsabilità. Il Gruppo CB Tigrotto è iscritto dal 2018 all’elenco territoriale del volontariato di protezione civile della Regione Marche: da quel momento può essere attivato nelle emergenze, e quello che facciamo smette di essere un favore per diventare un servizio.
Vale anche al contrario, per chi legge: la protezione civile non è un numero da chiamare. È il piano del tuo Comune, è sapere che cosa vuol dire un messaggio che arriva sul telefono, ed è, se ti va, metterci qualche ora del tuo tempo.
Da Messina 1908 a oggi, la lezione è sempre la stessa: quello che si organizza prima è l’unica cosa che funziona dopo.
Fonti: la cronologia del Servizio Nazionale della Protezione Civile (1861-1991 (si apre in una nuova scheda) e 1992-2020) (si apre in una nuova scheda) e il sito del Dipartimento della Protezione Civile (si apre in una nuova scheda).
