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Le emozioni in emergenza: quelle di chi ha perso tutto, e le nostre

Di quello che si prova, in emergenza, non parla nessuno. Si impara a usare la motopompa, a montare una barriera, a fare un massaggio cardiaco — e poi ci si trova davanti a una donna ferma in mezzo alla strada che guarda la sua casa piena d’acqua, e nessuno ci ha mai spiegato che cosa dirle.

Questa pagina non è una lezione di psicologia. Sono quattro cose che conviene sapere prima, perché dopo non c’è tempo per impararle.

Quello che succede alle persone

Davanti a un fatto grave e improvviso, le persone non reagiscono tutte allo stesso modo. Gli studi sul comportamento nelle catastrofi trovano sempre la stessa divisione in tre:

  • Circa una su dieci resta lucida e riesce a ragionare, decidere, agire.
  • Circa tre su quattro restano stordite: disorientate, lente, con il pensiero che si inceppa. Fanno domande già fatte, non trovano le chiavi che hanno in mano, guardano il vuoto.
  • Circa una su dieci fa la cosa sbagliata: urla, scappa nel posto peggiore, torna dentro casa a prendere qualcosa.

La parte che conta è quella di mezzo. Quelle tre persone su quattro non sono stupide e non sono maleducate: sono in shock. Sapere che è la reazione normale — non l’eccezione — cambia completamente il modo in cui ci si rivolge a loro: si parla più lentamente, si dicono poche cose per volta, si ripete senza spazientirsi.

Anche a noi batte forte il cuore

Il corpo di chi soccorre fa le stesse cose: il cuore accelera, il respiro si fa corto, le mani tremano, la vista si restringe su un dettaglio solo. È il sistema nervoso che si prepara, e succede a tutti — ai volontari al primo intervento e a chi ne ha alle spalle trecento.

La paura, in sé, è utile: è quello che fa notare il cavo scoperto nell’acqua e fa mettere il piede dove regge. Il problema non è la paura, è il panico: la paura che smette di far ragionare.

Contro il panico funziona una cosa sola, e non è il carattere: sapere che cosa si deve fare. Le procedure, le esercitazioni, i gesti ripetuti fino a farli senza pensarci servono esattamente a questo — quando la testa si annebbia, le mani sanno ancora dove andare. È il motivo per cui ci si addestra anche su cose che sembrano ovvie.

Tenere la testa a posto, mentre succede

Le emozioni non si spengono a comando. Si può però fare qualcosa perché non prendano il volante, e sono cose concrete che si imparano.

  • Rallenta il respiro, e allunga la parte in cui butti fuori l’aria. Quattro secondi dentro, sei fuori, per quattro o cinque volte. Non è una tecnica di rilassamento: l’espirazione lunga agisce sul sistema nervoso e fa scendere il battito. È l’unica leva che si può azionare a comando sul proprio corpo.
  • I primi dieci secondi, fermo. Lo stress acuto restringe la vista su un dettaglio — la cosa più drammatica, di solito — e fa perdere tutto il resto. Guardare la scena intera per dieci secondi prima di muoversi non è tempo perso: è il tempo in cui ci si accorge del cavo nell’acqua e della seconda persona che nessuno aveva visto.
  • Di’ ad alta voce quello che stai facendo. «Chiudo il gas, poi vado al quadro.» Serve due volte: rimette in fila i pensieri a chi parla, e dice alla squadra dove sei e che cosa aspettarsi.
  • Un pezzo alla volta. Un piazzale allagato è ingestibile; una pompa da piazzare è un lavoro. Quando la situazione sembra troppo grande, spezzala fino a trovare il primo pezzo che sai fare, e fai quello.
  • Non lavorare da solo. Si sta in coppia anche quando non servirebbe: ci si controlla a vicenda, e chi è accanto si accorge prima di te che stai tirando troppo.
  • Chiedi il cambio quando sei troppo dentro. Se la persona da soccorrere la conosci, se la casa allagata somiglia alla tua, se ti accorgi che ti tremano le mani: dirlo e scambiarsi il compito non è una resa, è la cosa professionale da fare.
  • Bevi, mangia, asciugati. Freddo, fame e stanchezza rendono tutti più fragili e più stupidi. Il corpo viene prima della testa, anche quando sembra che non ci sia tempo.

E chi coordina ha un compito in più: dare ordini brevi, uno per volta, chiamando le persone per nome. In mezzo al rumore e alla confusione, «Marco, chiudi il gas» arriva; «bisognerebbe chiudere il gas» non lo esegue nessuno.

Con chi ha perso tutto

Chi ha appena visto la propria casa allagata o la propria attività distrutta non ha bisogno di consolazione. Ha bisogno di sapere che qualcuno sta facendo qualcosa.

Quello che aiuta:

  • Dire chi sei e che cosa stai facendo. «Sono dei volontari di protezione civile, stiamo pompando l’acqua dal seminterrato.» Poche parole, informazioni concrete.
  • Stare, anche in silenzio. Non serve riempire i vuoti: la presenza vale più delle frasi.
  • Dare un compito piccolo a chi è in grado di farlo: tenere una torcia, spostare una sedia, chiamare un parente. Fare qualcosa rimette in moto la testa.
  • Rispondere alle domande pratiche — quando torna la corrente, dove si può dormire, a chi bisogna telefonare — e dire «non lo so, ma lo chiedo» quando non si sa.

Quello che fa male, anche se si dice con le migliori intenzioni:

  • «Ti capisco.» Quasi sempre non è vero, e chi ascolta lo sa.
  • «Poteva andare peggio», «l’importante è che stiate bene». Sono vere e sono inutili: a chi ha appena perso tutto si sta dicendo che è fortunato.
  • «Stai tranquillo, calmati.» Non ha mai calmato nessuno. Meglio dire che cosa sta succedendo.
  • Le promesse che non dipendono da noi. «Vedrà che rimborsano tutto» non si può dire.

E dopo

Il conto arriva quando si torna a casa. Nei giorni successivi a un intervento pesante può capitare di dormire male, di rivedere le scene, di essere irritabili, di sentirsi stranamente distaccati. Sono reazioni normali a una cosa che normale non era, e nella grande maggioranza dei casi passano da sole in qualche giorno o qualche settimana.

Quello che le fa durare è tenersele dentro. Nei servizi di emergenza esistono due cose semplici, e funzionano:

  • Parlarne subito, fra noi. Mezz’ora a fine intervento, tutti insieme, per dire com’è andata e come si sta. Non è una riunione tecnica ed è più utile di quanto sembri.
  • Riparlarne dopo qualche giorno, in modo più ordinato, quando l’adrenalina è scesa.

E se dopo qualche settimana le cose non passano — il sonno non torna, le immagini restano, si evita di uscire o di rientrare in servizio — non è debolezza: è il momento di parlarne con qualcuno che se ne intende. Chiedere aiuto, per chi l’aiuto lo dà agli altri, è la cosa più difficile e la più sensata.

Una cosa sola, se non ricordi il resto

Le emozioni in emergenza non sono un difetto da correggere: sono il modo in cui un essere umano reagisce a qualcosa di grosso. Valgono per chi ha perso la casa e valgono per chi è arrivato con la pompa.

Riconoscerle, nelle persone che si soccorrono e in sé stessi, fa parte del mestiere quanto saper montare una barriera.

Come si entra nel gruppo, e che cosa si impara