Il 4 novembre 2025 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è venuto ad Ancona per la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. La cerimonia si è svolta al Molo Luigi Rizzo, nel porto storico.
Noi c’eravamo, al porto: a fianco della protezione civile, dalla parte delle transenne dove sta la gente.
Che cosa si ricorda, il 4 novembre
Vale la pena dirlo, perché è una festa che tutti conoscono e in pochi saprebbero spiegare: il 4 novembre è il giorno in cui, nel 1918, entrò in vigore l’armistizio che chiuse la Prima guerra mondiale per l’Italia. Da lì la Giornata dell’Unità Nazionale, che è anche la festa delle Forze Armate.
La mattina il Presidente era a Roma, a deporre la corona d’alloro sulla Tomba del Milite Ignoto, all’Altare della Patria. Nel pomeriggio è arrivato ad Ancona.
La cerimonia al molo
Sul Molo Luigi Rizzo erano schierati i reparti delle Forze Armate. Il programma ha seguito il rituale di queste giornate: gli onori militari al Capo dello Stato, la rassegna dello schieramento, gli interventi delle autorità, la consegna delle decorazioni dell’Ordine Militare d’Italia a otto bandiere di guerra — fra le altre quelle dell’Esercito, degli Alpini, dei Paracadutisti, dell’Aeronautica e dei Carabinieri — e poi lo sfilamento dei reparti.
Alla fine l’inno nazionale, la salva d’onore delle unità navali dal mare e le Frecce Tricolori, che hanno disegnato il tricolore sopra il porto.
Con il Presidente c’erano il ministro della Difesa Guido Crosetto e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, insieme alle autorità civili, militari e religiose. Alla giornata hanno partecipato anche gli alunni dell’Istituto Gigli di Monte Roberto, premiati per un concorso artistico.
Le parole del Presidente
Mattarella ha ricordato che «nuovi conflitti si sono affacciati in Europa e nel Mediterraneo» e ha richiamato la necessità di «una comune forza di difesa europea».
Un passaggio è andato a chi non è tornato — «un commosso pensiero va a coloro che sono caduti, sacrificando le loro vite» — e uno alle giovani generazioni, chiamate all’«impegno a difesa dei valori della nostra Costituzione».
Il nostro pezzo
Una visita del Capo dello Stato porta con sé un dispositivo di sicurezza che chiude pezzi di città: varchi, controlli, percorsi obbligati. Dentro quel dispositivo, il compito del volontariato di protezione civile è un altro rispetto a quello delle forze dell’ordine.
Si chiama safety, e in italiano si traduce come «sicurezza» esattamente come security, ma è un mestiere diverso: la security è impedire che succeda qualcosa; la safety è fare in modo che le persone comuni, dentro quel dispositivo, stiano bene e possano muoversi. Percorsi, transenne, flussi di gente, punti dove si passa e punti dove no.
L’altra metà del nostro compito erano le informazioni alla cittadinanza. Detta così sembra una formula, e invece è la cosa più concreta della giornata: in una città con i varchi chiusi, la persona in pettorina che sa dirti da dove passare, dove aspettare e quando riaprirà quella strada è la differenza fra un disagio e un muro.
È anche il modo più efficace di tenere le cose tranquille. Chi non capisce che cosa sta succedendo si innervosisce, ed è comprensibile; chi ha ricevuto una spiegazione, di solito, aspetta.
Da Villa Potenza al molo di Ancona
Nessuno di noi si occupa di cerimonie di Stato. Ma il volontariato di protezione civile funziona come una rete: quando in un punto delle Marche serve gente, si chiama chi c’è — come è successo a Roma per i funerali di Papa Francesco e a Osimo per l’esercitazione sulla diga di Castreccioni.
Vale anche al contrario, ed è il motivo vero per cui si va: il giorno in cui l’emergenza tocca a noi, sono gli altri a mettersi in macchina.
Se ti va di far parte di questa rete, qui c’è come si entra nel gruppo; qui che cosa facciamo.
Fonti: Quirinale (si apre in una nuova scheda), Ministero della Difesa (si apre in una nuova scheda) e TGR Marche (si apre in una nuova scheda).
