Succede quasi ogni volta. Arriva l’allerta gialla, il Comune manda l’avviso, noi condividiamo la cartolina — e il giorno dopo non è caduta una goccia. Puntuale arriva il commento: «eh, al lupo al lupo».
È una critica legittima, e vale la pena rispondere per bene — perché la risposta non è «fidatevi».
L’allerta meteo non è una previsione
È la cosa da cui dipende tutto il resto, e quasi nessuno la dice.
Una previsione risponde a una domanda: pioverà? L’allerta ne risponde un’altra: quella pioggia può fare danni, e di che tipo?
Sono due mestieri distinti. Il primo guarda l’atmosfera. Il secondo guarda il territorio: quanto ha già piovuto la settimana scorsa, come stanno i fiumi, dove sono le case, quali versanti si muovono. Con la stessa identica pioggia si può stare in verde a maggio e in arancione a novembre.
Per questo il bollettino di allerta non dice mai «pioverà tanto»: dice allagamenti di locali interrati, frane superficiali, fiumi che escono dall’alveo. Parla di conseguenze, non di nuvole.
Chi da quel bollettino si aspetta la risposta alla prima domanda resterà deluso quasi ogni volta. E dirà «al lupo al lupo».
Come nasce una previsione
Prima vengono i dati. In Italia ci sono oltre tremila stazioni al suolo che misurano pioggia, temperatura, vento e pressione; poi i radar, i palloni sonda che due volte al giorno salgono in quota, i satelliti. È la fotografia dell’atmosfera adesso.
Poi comincia il calcolo. Il modello divide l’aria sopra di noi in una griglia di caselle e, casella per casella, applica le leggi della fisica per sapere che cosa succederà nei minuti successivi. Poi ricomincia daccapo partendo dal risultato, e avanti così fino a coprire i giorni previsti. Sono miliardi di conti: per questo servono i supercalcolatori.
Quanto sono grandi le caselle decide quanto si riesce a vedere. Il modello europeo dell’ECMWF, che è il riferimento, lavora su caselle di circa nove chilometri di lato: abbastanza per vedere arrivare una perturbazione dall’Atlantico, non abbastanza per un temporale che scarica su Villa Potenza. Per quello servono i modelli ad area limitata, che scendono a due o tre chilometri ma guardano solo un pezzo di continente e per pochi giorni.
Perché una previsione è una probabilità
Qui c’è il punto che spiega quasi tutto il resto.
La fotografia di partenza non è mai esatta: le stazioni sono tante, ma l’atmosfera è enorme e fra una stazione e l’altra il modello deve tirare a indovinare. E l’atmosfera è fatta in modo che una differenza minuscola all’inizio diventi una differenza grossa dopo qualche giorno. È la storia della farfalla, e non è una metafora poetica: è una proprietà misurata.
Allora i centri di calcolo fanno una cosa intelligente. Invece di girare il modello una volta sola, lo girano cinquantuno volte, ognuna partendo da condizioni iniziali appena appena diverse. Poi guardano come vanno a finire.
- Se le cinquantuno corse dicono più o meno la stessa cosa, la previsione è solida.
- Se si sparpagliano, vuol dire che il tempo è in bilico: bastano differenze piccolissime per avere giornate molto diverse.
Quella dispersione è la vera misura dell’incertezza, ed è da lì che escono le percentuali: «settanta per cento di probabilità di pioggia» vuol dire che circa settanta corse su cento finiscono con la pioggia.
Vale la pena sapere anche fin dove ci si può fidare. Oltre il quinto giorno l’affidabilità cala parecchio: i modelli arrivano a quindici giorni, ma da un certo punto in poi danno una tendenza, non una previsione.
E poi c’è una persona
L’ultimo passaggio è quello che si dimentica sempre. Il meteorologo confronta i modelli — che spesso non dicono la stessa cosa — ci mette quello che sa di come si comporta quel territorio, e firma.
Sui fenomeni estremi è decisivo, perché è lì che i modelli sbagliano di ore e di chilometri. E qualcuno deve decidere che cosa scrivere sapendo che, sulla base di quella riga, qualcun altro prenderà una decisione.
Perché la stessa pioggia non vale uguale dappertutto
Che cosa possa combinare una certa quantità d’acqua dipende da dove cade. Su un terreno asciutto e pianeggiante scivola via; la stessa quantità su un versante già saturo dopo una settimana di piogge fa partire le frane. E un fiume che parte da mezzo metro non è lo stesso fiume che parte da tre.
Ecco perché lo stesso temporale può valere giallo in una zona e verde in quella accanto, e perché a volte l’allerta si alza senza che in arrivo ci sia una perturbazione clamorosa: se il terreno è già zuppo, ne basta poca.
Come si legge il bollettino di allerta meteo
Chi decide il colore
La catena è precisa, ed è la stessa in tutta Italia dalla direttiva del 27 febbraio 2004, resa omogenea dalle indicazioni operative del 10 febbraio 2016.
- La rete dei Centri Funzionali valuta la criticità attesa. Dove esiste il Centro Funzionale regionale è lui a farlo — nelle Marche esiste, si chiama Centro Funzionale Multirischi ed è attivo dal 1° febbraio 2005.
- La Regione fa corrispondere al livello di criticità un livello di allerta: verde, giallo, arancione, rosso.
- L’allertamento vero e proprio — cioè far scattare il sistema di protezione civile — spetta al Presidente della Regione o a chi delega lui.
Nelle Marche il Centro Funzionale emette il bollettino di criticità entro le ore 14 dei giorni feriali, e quel bollettino vale dalla mezzanotte alle 24 del giorno successivo. È il motivo per cui l’allerta si sa il pomeriggio prima: non è un capriccio, è l’orario in cui il documento esce.
I colori non sono inventati caso per caso: corrispondono a una tabella nazionale che per ogni livello descrive gli scenari e i danni attesi. È l’allegato di quelle indicazioni operative del 2016 — e la trovi trascritta per intero nelle nostre schede sui rischi.
Le zone, e perché contano
L’allerta non si dà su un comune: si dà su una zona di allerta, cioè su un’area idrografica omogenea, aggregata per bacino e non per confini amministrativi. Le Marche ne hanno sei.
Macerata e Villa Potenza ricadono nelle zone 4 e 6 — sono le due che il nostro sito interroga per accendere la fascia colorata in cima alla pagina.
Una zona di allerta è grande centinaia di chilometri quadrati. Tenete a mente questo dato, perché è metà della risposta.
Allora perché a volte non succede niente?
Per quattro ragioni, tutte oneste.
1. L’allerta è sulla zona, non su casa tua. Un temporale estivo scarica su una fascia di pochi chilometri. Che in zona 6 ci sia stato un nubifragio a Civitanova mentre a Villa Potenza faceva sole non vuol dire che l’allerta fosse sbagliata: vuol dire che era giusta e che il temporale è andato dall’altra parte.
2. L’allerta copre ventiquattro ore. Dalla mezzanotte alla mezzanotte. Se il temporale arriva alle tre di notte e tu dormi, la mattina dopo trovi le strade asciutte e pensi che non sia successo niente.
3. È una previsione, quindi una probabilità. Un modello che sposta un temporale di due ore o di quindici chilometri non è un modello sbagliato: è un ottimo modello. Solo che quei quindici chilometri, a terra, sono la differenza fra un paese allagato e un paese asciutto.
4. E a volte non succede niente perché qualcuno ha fatto qualcosa. Questa non la dice mai nessuno. Il Comune ha chiuso i sottopassi, ha fatto pulire le griglie, ha spostato le auto dal parcheggio in golena; i volontari erano già in strada. Il disastro mancato è il risultato del lavoro, non la prova che non serviva.
Il conto degli errori non è in pari
Detto tutto questo, la parte scomoda va detta lo stesso: sì, esistono le allerte di troppo. Nessuno lo nega, e nessuno è contento.
Il punto è che i due errori possibili non costano uguale. Un’allerta di troppo costa una giornata di prudenza inutile e un po’ di credibilità. Un’allerta mancata costa vite. Il sistema è tarato consapevolmente su questo squilibrio: davanti a un dubbio si sceglie lo scenario più grave fra quelli possibili.
Si può discutere di quanto sia tarato bene — è una discussione seria, che si fa fra tecnici con i dati in mano. Ma «tanto non succede mai niente» non è quella discussione: è la scommessa che perde una volta sola.
Che cosa farne, in pratica
Un’allerta gialla non è un ordine di restare a casa, e non è nemmeno una notizia. È un’informazione che cambia due o tre decisioni piccole nella giornata:
- dove parcheggi la macchina, se il posto è vicino a un fosso o in una zona che si allaga;
- se quel sottopasso lo fai o lo giri — l’acqua nei sottopassi è più alta di quanto sembra;
- se il telefono è carico, e se sai già dov’è la tua area di attesa.
Tutto qui. Nessuno chiede di stare in ansia per ventiquattro ore: si chiede di sapere che oggi certe cose costano più del solito.
L’allerta di oggi e di domani sul nostro territorio
Per saperne di più
- Come leggere il bollettino di allerta meteo — le zone, gli scenari, i tipi di rischio.
- Il bollettino di oggi — con il radar della pioggia in tempo reale.
- La Protezione Civile della Regione Marche — il Centro Funzionale e la sala operativa.
- Cosa fare in caso di… — le schede per ogni rischio, con la tabella nazionale delle allerte.
